I commenti di Facebook non sono una buona base per un sondaggio, ma la violenza verbale con cui centinaia di elettori liberaldemocratici si stanno scagliando contro il neo vice premier Nick Clegg la dice lunga.
Ieri sera, l’annuncio: la Regina ha nominato il conservatore Cameron primo ministro, in seguito a un accordo di coalizione con i liberaldemocratici. Il Regno Unito alle coalizioni non è avvezzo, gli elettori sono più abituati a scegliere tra due partiti e, qualche volta, usare il voto tattico per far eleggere il meno peggio nel proprio collegio.
Ma se è vero che gli elettori liberaldemocratici sono mediamente più vicini ai laburisti che ai conservatori, è anche vero che prima e dopo il voto Nick Clegg ha detto espressamente due cose:
1) la sua piattaforma politica è distante da quelle di entrambi i maggiori partiti;
2) in caso di hung parliament, il partito con più voti avrebbe avuto il diritto di tentare una coalizione.
L’unico modo per garantire ai britannici un governo stabile in tempi di crisi era la coalizione libdem-con.
Un qualunque altro governo non avrebbe avuto speranza di durare a lungo. Un monocolore conservatore avrebbe avuto la necessità di tutti i ministri sempre in aula a votare e dell’appoggio dei nord-irlandesi del Dup, già azzoppato dalla mancata elezione del suo leader, che avrebbe posto il veto su qualunque taglio alla spesa pubblica (necessario e tra i primi punti del programma conservatore).
Un asse lab-libdem, oltre a dar l’idea di un governo di minoranza, avrebbe altresì avuto bisogno di ogni singolo voto dei partiti regionali gallesi e nord-irlandesi escluso il succitato Dup. Con lo stesso effetto (il veto ai tagli alla spesa pubblica e la necessità di tutti i ministri sempre in aula a votare per non andar sotto).
In Italia abbiamo visto i balletti dei governi monocolore mentre il debito pubblico andava alle stelle e la nostra generazione consumava soldi pubblici foraggiando le più bieche inutilità, a Londra e dintorni non sono abituati al peggio e quindi (davanti al meno peggio) perdono il loro tradizionale aplomb.
E si scatenano. Su una pagina dedicata a Nick Clegg, gli epiteti più frequenti sono:
1) “sei un venduto”;
2) “il tuo partito è finito”.
Qualcuno ci va giù ancora più pesante: “dormi col nemico” o “a letto coi criminali”, che è lo stesso, il primo un po’ più british onestamente.
Sul sito della Bbc ieri appariva una curiosa domanda: “vivi in un Paese abituato ai governi di coalizione? Raccontaci com’è”. Segno di un Paese che s’interroga.
Nick Clegg intanto deve lavorare duro. Adesso che è al governo, deve dimostrare che non andrà a letto col nemico ma riuscirà a strappare politiche liberaldemocratiche, altrimenti la prossima volta il suo partito sarà finito per davvero.
Con l’incognita di un sistema fortemente incentrato sulla figura del premier, che potrà chiamare il Paese alle urne quando vorrà, appena annuserà di potersi assicurare la maggioranza assoluta e andare avanti da solo.