E’ al di là delle aspettative più rosee il risultato del nuovo referendum sul Trattato di Lisbona, che ha visto gli irlandesi esprimersi il 2 ottobre per la seconda volta dopo la vittoria dei “no” risalente a giugno 2008.
Stavolta il 67,1% degli elettori ha votato “sì”, capovolgendo letteralmente il risultato di un anno e mezzo fa (immagine a lato, tratta da Irish Times).
All’epoca solo la parte più produttiva del Paese aveva scelto il “sì”: per la precisione 10 circoscrizioni su 43, tra cui cinque a Dublino città. Completamente diverso il risultato di stavolta: soltanto in due circoscrizioni (entrambe nel Donegal) ha prevalso il “no”, e di strettissima misura (mentre era stato, lassù, un trionfo di “no” nel 2008).
Come spiegare questo capovolgimento?
Ci sono varie ragioni. Gli irlandesi hanno compreso che una terza possibilità, Bruxelles non gliel’avrebbe concessa. E che l’Europa si preparava ad andare “a due velocità” se l’Irlanda avesse ancora bocciato il Trattato di Lisbona, trascinandosi il probabile “no” conseguente di Polonia e Repubblica Ceca (che per ratificare il Trattato aspettavano proprio il risultato di Dublino).
Inoltre l’Irlanda, molto gelosa della sua neutralità, ha avuto la garanzia di un membro permanente nella nuova Commissione, che invece sarà a rotazione per gli altri Paesi. E’ stato rilevato che si tratta di concessioni molto forti per un Paese che conta circa l’1% della popolazione dell’Ue, ma necessarie per arrivare a sistematizzare (con il Trattato di Lisbona) le istituzioni comunitarie.
Ha fatto la sua parte la Ryanair, l’impresa più rappresentativa del Paese, che è scesa in campo con 200mila euro investiti in pubblicità per ricordare ai connazionali che, senza le norme antimonopolistiche europee, nessuno avrebbe potuto scalfire Aer Lingus: invece la Ryanair non solo è nata ma è diventata la compagnia aerea più importante d’Europa, incrementando sia la mobilità degli irlandesi sia quella degli europei verso l’Irlanda, con evidenti benefici economici.
Da ultimo, la schiacciante vittoria del “sì” è stata possibile perché gli irlandesi hanno resistito alla tentazione di trasformare questo referendum in una lotteria pro o contro il governo in carica di Brian Cowen, ai minimi storici di popolarità per non aver ancora saputo risolvere la gravissima crisi economica. L’Irlanda, primo Paese europeo a cadere in recessione durante questa crisi, deve ora fronteggiare una disoccupazione del 12,5% che è ben lontana dagli standard a cui gli irlandesi s’erano abituati dai tempi della Tigre Celtica.
L’Irlanda dice sì al Trattato di Lisbona
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Dublino sotto l’acqua
La pioggia che mediamente cade a Dublino in quindici giorni è stata registrata ieri alla stazione di rilevamento dell’aeroporto in un’ora. L’effetto di un simile acquazzone è stato che nella capitale molte strade si sono completamente allagate. La giornata è iniziata male a Dublino, le vie non erano praticabili e chi ci ha provato lo stesso si è trovato come in mezzo a veri e propri fiumi.
Ma dopo qualche ora è tornata la normalità pressoché ovunque. La DART (la ferrovia urbana) ha ripreso con regolarità il servizio interrotto nelle prime ore della mattinata, e la maggior parte dei semafori è stata riparata o lo sarà nelle prossime ore.
Grande spavento e una quarantina di evaquazioni preventive a Clanmoyle Road e a Sherrad Street, e qualche piccolo problema si è riscontrato all’Ospedale di Madre Misericordiosa dove è crollato un tetto nell’ala più vecchia dell’edificio, causando il trasferimento immediato di alcuni degenti.
Il peggio è comunque passato.
(fonte: Rte.it, Irish News)
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Elezioni europee, tonfo del governo di Dublino
Le previsioni della vigilia sono state rispettate: il governo irlandese, e il suo partito più importante (il Fianna Fail), ha avuto un tonfo, dovuto probabilmente alla pesante crisi economica che ha investito il Paese e alla sensazione che FF e premier abbiano “navigato a vista” più che prendere seri provvedimenti anti-crisi.
L’immagine del governo è insomma molto bassa oggi in Irlanda, e il Fine Gael, di centro, affiliato al Ppe, diventa primo partito con il 29% dei consensi. Il Fianna Fail è staccato (24%), buono il successo dei laburisti e la tenuta del Sinn Fein (entrambi sopra il 10%).
Delude invece Libertas, il partito pan-europeo (si candidava in svariati Paesi dell’Ue) nato proprio in Irlanda in occasione del referendum sul Trattato di Lisbona (Libertas fece grande campagna per il vittorioso “no”).
La piccola rivoluzione è confermata dai dati circoscrizionali. L’Irlanda è suddivisa in quattro circoscrizioni, ciascuna delle quali elegge tre eurodeputati (prima, la circoscrizione della capitale ne eleggeva quattro).
A Dublino e dintorni sono fuori dal Parlamento europeo due dei quattro uscenti: Eoyn Ryan (Fianna Fail) e Mary Lou McDonald (Sinn Fein). Confermati ai primi due posti gli uscenti Gay Mitchell (Fine Gael) e Proinsiass De Rossa (Laburisti).
Il candidato del Fianna Fail è terzo per numero di prime preferenze (il sistema elettorale è quello del voto singolo trasferibile) ma viene superato dal candidato socialista Joe Higgins per le seconde preferenze: questi conquista quindi il terzo seggio dublinese.
Nella circoscrizione Est sono rieletti i due uscenti del Fine Gael (McGuinness) e del Fianna Fail (Aylward). A loro s’aggiunge Nessa Childers, con esperienze a livello locale nei Verdi e dal 2008 passata ai Laburisti. Il Fine Gael perde qui, dunque, un seggio (ne aveva due su tre).
Nel Nord-Ovest il panorama era più vario. Ben 13 candidati di cui 6 indipendenti, nonché il leader di Libertas Declan Ganley che però finisce quarto con il 13,6% (ottimo risultato rispetto ai colleghi di partito nelle altre circoscrizioni, ma non sufficiente a staccare il biglietto per Bruxelles.
Prima è l’uscente indipendente Marian Harkin, poi il Fianna Fail e il Fine Gael.
Nel Sud, tra gli uscenti ce la fa solo Brian Cowley (Fianna Fail, ma visto come lontano dalle politiche governative), gli altri seggi vanno al Fine Gael e ai Laburisti (che si sostituiscono a una indipendente).
Tirando le somme, il Fine Gael è primo partito nei seggi conquistati (quattro), segue il Fianna Fail (tre), ma entrambi questi partiti perdono un seggio.
A ruota i laburisti (tre seggi anche per loro, conquistandone due) e un’indipendente confermata. Entra a Bruxelles in quota irlandese il Partito socialista.
In Irlanda del Nord la lettura dei dati potrebbe fare gridare alla rivoluzione: primo partito delle Sei Contee è il Sinn Fein col 26%. Sarà ancora Bairbre de Brun a rappresentare il partito repubblicano pan-irlandese a Bruxelles. Seconda è Diane Dodds del Democratic Unionist Party (che è il primo partito dell’Irlanda del Nord), terzo l’uscente James Nicholson dell’Uup, che per l’occasione ha creato un cartello elettorale con i conservatori della Gran Bretagna (si chiama Conservatives and Unionists) con lo scopo di portare in Irlanda del Nord la terminologia politica abituale di Londra.
Il primato del Sinn Fein, comunque, si spiega solo con la presenza in campo unionista dell’uscente Jim Allister, ex Dup, che ha fondato la Traditional Unionist Voice e ha conquistato una percentuale di tutto rispetto pur finendo quinto.
Buono infine, anche se ovviamente non sufficiente, il 5,5% conquistato dal partito liberale del Nord-Irlanda, l’Alliance Party.
Moldova: anche in Irlanda la protesta anticomunista
Com’è noto, nella Repubblica di Moldova è scoppiato il caos all’indomani delle elezioni del 5 aprile con le quali il partito comunista locale, sfiorando il 50% dei voti, ha consolidato la maggioranza assoluta dei seggi e, salvo sorprese, si prepara a governare anche per il prossimo mandato.
Le opposizioni dei tre partiti liberali (Moldova Nostra, Partito Liberale e Partito Liberaldemocratico) hanno immediatamente organizzato una protesta di piazza che è sfociata nell’assalto del Palazzo presidenziale a Chisinau, dove un manipolo di studenti ha issato la bandiera rumena (la Moldova è storicamente legata alla Romania) e quella dell’Unione Europea.
Rimando a un mio articolo su L’Opinione per una cronaca di quanto è successo.
La Moldova è un Paese di migranti, questo fa sì che in Europa occidentale esistano forti comunità. Si calcola ad esempio che in Italia risiedano stabilmente circa 100mila moldavi. E l’Italia è stata la nazione dove i moldavi all’estero hanno votato di più (circa 2700 elettori).
I moldavi all’estero tendono a privilegiare nettamente i partiti liberali rispetto a quello comunista, ma in Italia non si hanno notizie di dimostrazioni di piazza a sostegno della protesta a Chisinau.
Non così in altri Paesi, tra cui Francia, Regno Unito e anche Irlanda: a Dublino c’è stata, per due giorni, una concentrazione di cittadini moldavi in solidarietà a chi protestava in patria.
Sono circa 6mila i moldavi residenti in Irlanda. Ecco un video della manifestazione a Dublino, altri si trovano su Youtube.
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Storey: ascoltare la voce dei dissidenti repubblicani
Bobby Storey, ora dirigente del Sinn Fein di Belfast, è stato a lungo in prigione ed è un ex membro della Provisional Ira. La stessa di cui faceva parte McGuinness, il suo leader di partito.
Storey è uscito dalla lotta armata, ma ne conosce alla perfezione le regole scritte e non scritte, le mappe di potere, le sigle minori tra cui la Real Ira e la Continuity Ira, che hanno fatto parlare di sé il mese scorso.
Storey è intervenuto per commentare gli omicidi e invitare la “netta minoranza” che vuole la lotta armata a non porsi al di fuori della comunità repubblicana con azioni che, a suo dire, sono un tentativo di destabilizzare la “linea McGuinness-Adams” e del Sinn Fein. Allo stesso modo Storey ritiene che la comunità repubblicana abbia il dovere di ascoltare anche la voce dei dissidenti.
Storey non mette però in dubbio che la linea del Sinn Fein sia quella giusta, perché se da un lato il Regno Unito ha mostrato di non saper sconfiggere l’Ira, dall’altro l’Ira ha mostrato di non saper vincere la battaglia militare.
Da ultimo, Storey ha messo in luce che la ripresa delle attività militari dei dissidenti potrebbe far pensare a un’azione dimostrativa in concomitanza con la Pasqua: questo periodo, infatti, assume valenze importanti nella simbologia repubblicana, a partire dall’insurrezione del lunedì di Pasqua nel 1916, durante la quale Patrick Pearse proclamò la Repubblica d’Irlanda a Dublino.
(fonte: Belfast Telegraph)
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Attacco al Sinn Fein sui finanziamenti pubblici
Come in Italia, anche nel Regno Unito la politica è sovvenzionata dalle tasse dei cittadini. I costi della politica sono un tema molto discusso e anche a Londra qualcuno in questi giorni protesta.
Perché? Tutto ruota intorno al partito repubblicano nord-irlandese Sinn Fein, che attualmente ha in carica cinque deputati nel parlamento londinese, eletti regolarmente dai cittadini di cinque collegi dell’Irlanda del Nord.
I cinque deputati però non partecipano alle sedute di Westminster, coerentemente con la loro visione dei fatti: a loro modo di vedere, Londra non è l’autorità legittima.
La legge in questo caso prevede che essi non percepiscano lo stipendio di parlamentari. Ma essi hanno comunque diritto ad alcune sovvenzioni, in particolare per abitare a Londra e spostarsi in aereo.
Il Sinn Fein è accusato di avere percepito in totale quasi 500mila sterline dal 2001/2, e in dettaglio di avere un finanziamento di 21mila sterline annue per appartamenti a Londra. La prova del nove che ha fatto arrabbiare i britannici è nel conto delle spese aeree, veramente basse rispetto a quelle dei parlamentari nord-irlandesi di altri partiti: come a dire, non solo non partecipate alle sedute, ma nemmeno venite mai a Londra.
E sono in tanti (dai Conservatori agli Unionisti) a chiedere ora al Sinn Fein di smetterla con l’ipocrisia e partecipare alle sedute.
Martin McGuinness (nella foto in alto insieme a Gerry Adams, fonte Telegraph) non ci sta, e ribatte colpo su colpo. Egli afferma che il Sinn Fein non chiede scusa per non partecipare ai lavori parlamentari, e che questo è esattamente il motivo per cui gli elettori scelgono il Sinn Fein. Aggiunge che, per questa ragione, il governo inglese ha risparmiato milioni di sterline in mancati stipendi ai deputati del Sinn Fein dal 1983 in avanti. E quanto a lui, afferma di percepire dal partito uno stipendio di 300 sterline alla settimana (“esattamente quanto chi mi fa da autista”), e di devolvere al partito stesso quanto gli spetta come vice-premier nord-irlandese.
(fonte: Daily Mail, The Guardian, The Times)
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Attentati in Irlanda del Nord, le conseguenze
La settimana scorsa, due attentati in 48 ore hanno allarmato il mondo e focalizzato nuovamente l’attenzione sull’Irlanda del Nord, sui Troubles, sul terrorismo e sulla guerra civile.
Sono bastati due attentati contro militari britannici (il primo) e una pattuglia di polizia (il secondo), in due città non lontane da Belfast, rivendicati rispettivamente da Real Ira e Continuity Ira, due formazioni che, al contrario della Provisional, non hanno smesso di lottare anche militarmente per la causa nazionalista.
Come però ho avuto occasione di rilevare sul quotidiano L’Opinione, rispetto alla guerra della Provisional negli anni ‘70 e ‘80 manca totalmente una base d’appoggio popolare, un po’ perché la lotta armata non ha portato il risultato sperato (se non la difesa dei territori nazionalisti delle città nord-irlandesi), un po’ perché è ormai avviato un processo di pace che, se non soddisfa i più “fedeli alla causa”, evidentemente basta alla maggioranza della popolazione.
Per un resoconto dettagliato delle manifestazioni pacifiste, dei timori della comunità repubblicana della città di Derry e dello sviluppo delle indagini che ha già portato a nove arresti mentre scriviamo, rimando i lettori al blog The Five Demands.
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E’ ingiusto il “no” dei Tories inglesi al cavalierato a Ted Kennedy
Sul quotidiano “L’Opinione” è apparso un mio articolo riguardo al cavalierato che il premier britannico Gordon Brown a proposto per il senatore americano Ted Kennedy, che sta per morire di un cancro al cervello.
L’idea del cavalierato a Kennedy ha sollevato molte (a mio parere ingiuste) polemiche tra i conservatori inglesi, a causa dell’amicizia tra Kennedy e il leader nazionalista irlandese Gerry Adams.
Il premier britannico Gordon Brown ha annunciato che il settantasettenne senatore americano Ted Kennedy, gravemente malato, sarà Cavaliere Onorario di Sua Maestà per i suoi meriti sull’istruzione infantile e sull’estensione dell’assistenza sanitaria.
Se negli Stati Uniti la notizia è stata ripresa con commozione, tanti inglesi si stanno ribellando. La maggior parte delle voci contrarie (nel Partito Conservatore, però spaccato, e nei quotidiani) si concentra sull’antica amicizia di Ted Kennedy con Gerry Adams, leader del partito nazionalista irlandese Sinn Fein, il braccio politico dell’Ira. Ma questo appare anacronistico per due ordini di motivi. Il primo riguarda il Sinn Fein e la figura di Adams, che è stato additato senza prove come uno dei capi supremi militari dell’Ira, mentre è indubbio il suo sostegno politico alla causa del nazionalismo irlandese: Adams era già uomo di spicco del Sinn Fein quando nel 1981 quel partito appoggiò lo sciopero della fame in carcere che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti dell’Ira. Durante lo sciopero, il Sinn Fein candidò Sands alle elezioni suppletive di un collegio dell’Irlanda del Nord: fu eletto e divenne membro del Parlamento del Regno Unito per tre mesi, poi morì. E lo stesso Adams è deputato a Westminster dal 1983, eletto a West Belfast con percentuali bulgare, anche se (in coerenza con la sua idea di un’Irlanda unita) non ha mai partecipato alle sedute. Ma c’è di più. Da qualche anno il Sinn Fein governa l’Irlanda del Nord insieme agli storici “nemici” del Dup: un passo necessario per testimoniare che la guerra civile e religiosa è finita. Esiste sì qualche rigurgito (proprio sabato la Real Ira ha ucciso due soldati ad Antrim), ma il clima è mutato: Belfast è oggi una capitale in grado di attrarre intelligenze, artisti e tanti giovani da tutta Europa. Ed è una città in cui una coppia su cinque è mista. E questo è il secondo ordine di motivi per cui è sbagliato ricordare l’amicizia tra Kennedy e Adams per testimoniare l’inopportunità del cavalierato a Kennedy. Oggi non sarebbe pensabile che 100mila persone partecipino al funerale di un Bobby Sands, ma nel 1981 era scontato.
Di che cosa parlano i quotidiani inglesi quando rievocano l’Ira? Dei vili attentati, delle amicizie discutibili con varie guerriglie, dell’aspetto terroristico della loro azione. Ma fingono di dimenticarne l’altra faccia. Ricordiamola allora noi. La popolazione cattolica, nazionalista o no che fosse, era perseguitata su più fronti. Il diritto di voto era detenuto solo da chi era proprietario o affittuario, ciò escludeva tutti coloro che vivevano in famiglia, in stanze ammobiliate o in pensioni: soprattutto cattolici, discriminati dall’assegnazione di alloggi da parte dei sindaci protestanti. Di più, le società commerciali avevano a disposizione voti plurimi, esercitati dai rappresentanti legali, in gran parte protestanti. Tutto questo nella patria del “one man, one vote”! Contro le discriminazioni, negli anni ’60 sorse un movimento per i diritti civili che fu perseguitato dalla Ruc, la polizia speciale sciolta nel 2001 con le scuse del governo britannico per la sua parzialità. I cattolici, discriminati dalla legge elettorale, nell’assegnazione di alloggi e nelle assunzioni, perseguitati dalla polizia, furono costretti a chiedere aiuto all’Ira, che organizzò una vera difesa dei territori a prevalenza cattolica di Derry (Rossville Street) e Belfast (Falls Road). Ecco perché 100mila persone onorarono la morte del membro dell’Ira Bobby Sands. Era uno di loro, di più, l’Ira era uno strumento difensivo per loro. Chi oggi parla contro il cavalierato a Ted Kennedy (che peraltro non appoggiò mai l’Ira, ma si limitò a sostenere il Sinn Fein) dimentica tutto questo.
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Terremoto all’Anglo Irish, intanto l’Ue avverte l’Irlanda
Riporto integralmente un pezzo apparso il 19 febbraio sul quotidiano “L’Opinione” relativo agli scandali della nazionalizzata Anglo Irish Bank e all’avvertimento dell’Ue inviato a Irlanda e ad altri Paesi per lo sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil.
Dall’Europa arrivano due notizie per l’Irlanda: una positiva (e confermata), l’altra negativa (attesa ma non ancora statuita).
Quella positiva è che l’Ue ha approvato il dossier della nazionalizzazione di Anglo Irish Bank, il terzo istituto bancario del Paese. Come si ricorderà, quella dello scorso 21 gennaio fu una decisione sofferta ma obbligata che s’inseriva nel quadro degli aiuti pubblici alle banche. L’Unione aveva già dato il suo consenso al piano di garanzie governative per le esposizioni delle tre banche principali, risalente all’ottobre 2008, e nel giudicare la nazionalizzazione dell’Anglo Irish ha valutato positivamente il fatto che il governo non abbia aggiunto, a quelle garanzie, altri fondi pubblici che avrebbero distorto la concorrenza. La notizia era attesa e il parere dell’Ue non preoccupava il Governo, che sul dossier di Anglo Irish deve affrontare uno scandalo emerso solo recentemente: si è scoperto che un gruppo di dieci investitori (ribattezzato “golden circle” dalla stampa locale) aveva ottenuto un totale di 300 milioni di euro di prestiti dall’Anglo Irish per acquistare azioni della banca stessa nella forma di contratti per differenza, con cui si scommette sull’andamento futuro delle azioni. Dopo la nazionalizzazione, quel debito ricadrà sui contribuenti irlandesi. Non è stato l’unico recente scandalo per la banca. In dicembre, l’allora Ad Sean FitzPatrick ammise d’avere nascosto per anni agli azionisti prestiti personali per un totale di circa 84 milioni di euro dirottati a un’altra banca perché non apparissero nei conti annuali di Anglo Irish.
E ancora, il colosso assicurativo Irish Life & Permanent aveva depositato in Anglo Irish 7,45 miliardi di euro negli ultimi cinque giorni di settembre 2008, tutti prelevati l’1 ottobre, forse per coprire ingenti ritiri dei propri clienti. Una serie di guai di cui i contribuenti irlandesi temono di subire gli strascichi da quando Anglo Irish è di proprietà pubblica. La seconda notizia, negativa, è che la commissione europea sta per aprire una procedura per deficit eccessivo contro il governo. La stima del 2008 parla di un debito pubblico pari al 6,3% del Pil, contro la soglia del 3%, e un peggioramento nel 2009 fino al 11% senza i necessari tagli alla spesa. E’ di ieri infatti il primo avvertimento, che oltre all’Irlanda ha coinvolto Francia, Spagna, Grecia, Malta e Lettonia. Il mese scorso il Governo aveva inviato alla commissione il testo del piano di risanamento per riportare, in cinque anni, il deficit sotto il 3% del Pil. Per il 2009, il piano si basa essenzialmente sulla leva fiscale sulle pensioni. Ma il piano è stato criticato per mancanza di chiarezza. La commissione è preoccupata dal previsto aumento della tassazione anche per coprire le garanzie bancarie dell’anno scorso, senza che siano previsti adeguati tagli alle spese. L’Ue inoltre raccomanda all’Irlanda una nuova riforma delle pensioni. E il Ministro delle finanze tedesco Peter Steinbruck prevede che l’Irlanda riceverà finanziamenti straordinari dall’Ue nel 2009.
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Moratoria di un anno per i mutui non pagati
Ancora una volta il governo irlandese è intervenuto sul sistema bancario, e con successo.
Si trattava di negoziare con le due banche principali (Allied Irish Bank e Bank of Ireland) il tempo previsto prima che gli istituti si possano rifare sugli immobili per mutui non pagati.
Attualmente il tempo è di sei mesi ma il governo, che ha il coltello dalla parte del manico perché intento a ricapitalizzare i due istituti di credito, aveva chiesto almeno due anni.
Le due banche stamattina hanno accettato un prolungamento, ma fino a un anno.
Rinegoziare questa tempistica era la precondizione per ricevere sette miliardi di euro dal governo, che comunque (a quanto pare dalle voci) non basteranno a coprire i debiti, ma sono certamente una boccata d’ossigeno.
AIB e Bank of Ireland hanno dichiarato che, se avessero accettato la tempistica di due anni proposta dal governo, avrebbero dato un segnale negativo agli investitori. Ma il Money Advice Bureau resta convinto che il tempo di due anni sarebbe stato meglio, per garantire una certa tranquillità a tutti coloro che sono alle prese con un mutuo che ora non possono pagare.
Il Fine Gael si è intanto scagliato contro i progetti governativi di ricapitalizzazione delle banche, affermando che in questo modo i contribuenti si troveranno in futuro a fare i conti con un debito pubblico inimmaginabile. Meglio sarebbe stato, per il partito di centro all’opposizione, creare fin da subito una “bad bank”.
(fonte: Herald.ie, Irish Times, The Guardian)
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